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Venerdì 2 Febbraio 2007 l’ultimo giorno di vita di un uomo, un uomo qualunque, con una vita qualunque, in una famiglia qualunque. Così era Filippo Raciti.
Da quel giorno il suo nome appare sui giornali e riecheggia nelle televisioni. Chi ha seguito la cronaca di quei giorni di Febbraio ha visto i volti dei suoi figli e di sua moglie ed ha ascoltato le loro parole, parole d’amore per un padre, per un marito che non c’è più.
Solitamente di fronte alla morte ci si dovrebbe fermare, inchinare e tacere. Bisognerebbe riflettere, cercare di capire e rivolgere il pensiero ad una famiglia che piange il proprio caro e cerca di capire il perché di una morte così assurda. Invece no, in una Società come la nostra il calcio si ferma ma tutto il circo mediatico che lo contorna va avanti ed il silenzio che dovrebbe esaltare i sentimenti semplici e veri lascia lo spazio a discorsi astratti dei soliti bene informati pseudo-opinionisti televisivi sul tifo in Italia che da anni si riempiono la bocca con frasi fatte e demagogiche sull'argomento "violenza negli stadi" facendo passare l’equazione tifoseria organizzata uguale delinquenza come spiegazione deviata del fenomeno. Una realtà distorta da chi probabilmente in curva non ci è mai stato, non ha mai urlato o pianto di gioia per un gol, abbracciando gente che nemmeno conosce. E questi non sono gli stessi personaggi che in passato hanno buttato benzina sul fuoco delle polemiche? Che si sono piegati al volere dei Signori del pallone? Che hanno inculcato la cultura del sospetto e il concetto di "vittoria ad ogni costo"? E che dire dei nostri politici e dei vertici del nostro calcio, del nostro sport, costretti da un uomo che ha pensato di fermare il mondo del calcio intero, a svegliarsi, a smettere di parlare e per una volta a passare all’azione? Anche qui non sono mancati i teatrini, anche qui l’ignoranza non può che fare il proprio corso. Come può questa gente far finta di stupirsi dal trovare frange di teppisti nelle tifoserie? Abbiamo vissuto anni di sottocultura, propinataci da questi individui a suon di urla e risse televisive. Un martellamento, a cui si aggiunge la mancanza di modelli culturali di profondo esempio sportivo che spinge tutti quegli individui a rischio a cadere nel gorgo dell’ignoranza fino al punto di non ritorno. Le stesse persone muovevano i fili che hanno portato il calcio sull’orlo del collasso nell’infuocata estate del 2006 dove si è passati dai titoli dei giornali che gridavano allo scandalo, quindi alla ricerca dei capri espiatori fino ad arrivare a dare pene irrisorie a chi si era macchiato della rovina dello sport più amato dagli italiani. Questa è l’Italia che propone all’Uefa la propria candidatura, non so con quale faccia, per ospitare i campionati Europei nel 2012. Questa è l’Italia in cui il nostro giornalismo sportivo non ha il coraggio di mostrarci quello che realmente ci circonda ma che appena si presenta lo scandalo o la morte ce la sbatte in faccia con una violenza inaudita, con titoli a piene pagine, solo con l’idea di impressionare e vendere. Una morte quella di Filippo Raciti che, come ha sottolineato la moglie, deve insegnare. È necessario lavorare alla base della cultura sportiva e non. Bisogna smetterla di essere succubi dei poteri forti. Tutti dobbiamo pensare a ripartire credendo nei valori e nella sostanza piuttosto che nei risultati. Bisognerebbe forse smettere con il calcio sbandierato in TV e coperto dal business e tornare a giocare nei prati, per strada, a scuola, nei giardini con due magliette a delimitare le porte e con l’idea di divertirsi. Arrivare a fine partita con la voglia di stare tutti insieme, mangiare insieme e divertirsi dopo essersele date, sportivamente parlando, di santa ragione. Ciò significa essere fuori dal tempo? Non lo so; so solo che io mi divertivo così. Non sono diventato un campione ma sinceramente non me ne frega niente. Noi operatori di calcio abbiamo nelle mani un potere enorme, noi abbiamo tra le mani gli uomini del futuro, noi abbiamo tra le mani quello che sarà il mondo di domani e se forse sarà un po’ meglio di quello di oggi allora avremo fatto il nostro dovere di educatori di sport e la morte di Filippo Raciti non sarà stata vana. La strada da percorrere è lunga irta, e piena di peripezie: forza tocca a noi, facciamoci avanti con convinzione, non nascondiamoci, dimostriamo ai nostri ragazzi che siamo loro vicini e che siamo in grado di trasmettere loro valori che qualcuno e la cronaca di questi ultimi giorni considera oramai persi. Non abbiamo cambiato il mondo quando eravamo bambini e lo desideravamo, ora diamo ai nostri giovani la forza e le idee che erano nostre per far fare a loro quello che noi non siamo riusciti a fare. Le nostre sconfitte, come quella di venerdì 2 Febbraio 2007, devono essere il monito per ciò che non ci dovrà mai più essere: una morte stupida in nome di un favoloso spettacolo che si chiama sport.
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